Ad ogni cancello
la primavera comincia
dal fango sui sandali
Kobayashi Issa
Un luogo, un simbolo e un incontro: la collaborazione tra Cecilia Luci e la Casa Internazionale delle Donne nasce da un lungo percorso iniziato da un incontro casuale con il luogo simbolo di tante battaglie. Il Luogo, Il complesso del Buon Pastore è conosciuto ai più, per il simbolo che negli anni è diventato, punto incontro tra il mondo e le donne, oltre che per la sua collocazione nel cuore di Trastevere, per quella sensazione di contraddizione temporale, avulsa dal mondo esterno.
Questo luogo sorto nel 1615 su volontà del Marchese Paluzzi Albertoni per accogliere donne penitenti è diventato nei secoli un luogo evocativo di molte storie passate e presenti legate all’universo femminile. Dapprima nasce come reclusorio femminile carmelitano per ospitare donne disagiate o donne non in regola con gli obblighi religiosi, che vivono in povertà coltivando l’orto, cucendo e ricevendo elemosine. In pratica al Buon Pastore si scontavano ergastoli e lavori forzati, ma vi erano recluse anche patriote e pensatrici le cui idee erano in contrasto con i dettami della religione cattolica. In quello che fu il primo carcere femminile dello Stato della Chiesa le detenute dovevano essere recuperate alla società attraverso la penitenza e il lavoro obbligatorio. Nell’Ottocento diventa un riformatorio per giovani donne ancora minorenni, tramutato poi in carcere giudiziario femminile, solo negli anni Ottanta del secolo scorso quando le suore lasciano definitivamente l’edificio, i gruppi femministi di via del Governo Vecchio ottengono l’assegnazione dello stesso edificio: questo ha rappresentato un importante passo per la creazione di uno spazio ufficialmente riconosciuto in cui tutte le donne potessero trovare accoglienza e non essere recluse.
Negli ultimi decenni è diventato simbolo della lotta femminista nel nostro Paese, e dei diritti conquistati, ma anche emblema civico, che non solo include le donne nel corpo sociale con i diritti politici, ma che dà la forza alle donne di decidere del loro destino, del loro corpo, della loro vita. Tra i tetti trasteverini nasce così non solo la Casa Internazionale delle Donne ma Archivia un vero centro per la documentazione femminile, che cresce all’interno di un progetto e uno spazio più ampio, rappresentato dai fondi delle varie associazioni femministe come l’UDI che ivi hanno sede.
Inizia così, dalle suggestioni di questo luogo, il vasto e amplio progetto che Cecilia Luci ha realizzato negli ultimi tre anni attraverso l’incontro e il confronto con alcune detenute delle carceri italiane e in particolare di Rebibbia, con l’obiettivo di mettere a confronto donne con un passato doloroso, vittime di una società che non ha saputo comprenderle e aiutarle. La volontà dell’artista è quella di avviare una riflessione sulla questione gravosa della detenzione e in particolar modo quella femminile, che in Italia rimane purtroppo, proprio per il minor numero di istituti penitenziari per donne e la scarsità di risorse ad essa destinate, un tema difficile.
L’artista scruta attraverso il filtro della macchina fotografica, gli aspetti più reconditi dell’animo umano. Il progetto è costruito grazie alle testimonianze e ai volti delle donne del carcere di Rebibbia, i loro dolori e le loro paure sono stati congelati negli scatti dell’artista quasi a voler lasciare un segno indelebile della loro identità, per lasciare traccia imperitura del loro vissuto. Le loro immagini proiettate negli spazi angusti delle celle del complesso e poste a fianco delle religiose domenicane che per anni hanno abitato quegli spazi, creano un corto circuito relazionale. Il carattere in qualche modo affettivo legato a quel luogo e l’emergenza della identità soggettiva nata dall’incontro con le donne di oggi, che l’artista ha conosciuto, diventa indice di una connessione, tra corpo, soggettività e la memoria ad essa legata. Questi volti, questi corpi proiettati restituiscono in maniera eloquente e diretta la fatica del vivere contemporaneo e al contempo ne tracciano una storia apparentemente incongrua. Il soggetto diventa così un processo come diceva Julia Kristeva che si costruisce in un divenire di trasformazioni, come esperienza e coscienza di “essere per l’altro”. Il soggetto si costruisce al di là di se stesso, reinventa i confini per immaginare ed essere al di là del proprio sé, trasformandosi in esperienza di vita. Abbiamo molti esempi nel campo letterario che evidenziano un dramma, come quello vissuto dalle donne detenute, di donne che vivono una vita che è stata loro cucita addosso, che non sono in grado di comprendere. Pirandello rappresenta emblematicamente, con la sua “tragedia” raccolta sotto il titolo di Maschere Nude, non solo il nostro vivere contemporaneo ma si profila come il paradosso che vivono le detenute di allora e di oggi. In qualche modo le donne svelate e raccontate da Cecilia Luci sono come le maschere di Pirandello, lacerate, frantumate da eventi che costringono a fare i conti con se stesse, col dolore e col bisogno di esistere al di là della maschera: esistere e non sopravvivere.
Benedetta Carpi De Resmini